T9-LE PAROLE INTERROTTE- Adriana Ferrarini e Paolo Gera riflettono su Giacomo Leopardi , “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

CARTESENSIBILI

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Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore


Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via…

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4 pensieri su “T9-LE PAROLE INTERROTTE- Adriana Ferrarini e Paolo Gera riflettono su Giacomo Leopardi , “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”

  1. Ringrazio Paolo Ottaviani e riporto anche qui la bella discussione nata da un suo intervento su cartesensibili. Paolo di fronte alla mia posizione nichilista sottolineava piuttosto la gioia infinita dalla quale sono regolate le leggi dell’Universo, gioia “errante” di cui anche l’uomo leopardiano è partecipe. Accetto la provocazione e provo a rimetterla in gioco su un piano personale e filosofico. Mi succede che proprio al punto massimo dell’Ennui, gli ingranaggi si rimettano in gioco in maniera vorticosa e che su quello che sembrerebbe un punto di non ritorno, si riaccenda una mia passione fortissima, famelica ed erotica per la vita. Penso allora al concetto di vita ascendente di Nietzsche e alla volontà, nonostante l’elemento tragico sempre presente, di afferrare l’esistenza in tutta la sua terribile pienezza. Bataille nel suo libro su Nietzsche parla di culmine.“ Il culmine corrisponde all’eccesso, all’esuberanza delle forze. Porta al massimo dell’intensità tragica. E’ connesso al dispendio di energia senza misura, alla violazione dell’integrità degli esseri”. L’ entropia fisica universale, la gioia senza risparmio degli uomini, la luna che vaga nel cielo, sino alla sua sempre ripetuta pienezza.

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    1. Gentile Paolo Gera, vi è un vecchio e gentile espediente retorico con il quale si presume di confutare le opinioni altrui. Consiste nell’affermare in prima battuta che si è in gran parte o parzialmente d’accordo con l’interlocutore – nel nostro caso “accetto la provocazione” – per poi annientarne il ragionamento nei passi successivi, restando così sempre inchiodati nelle proprie posizioni – nel nostro caso “Penso allora al concetto di vita ascendente di Nietzsche e alla volontà, nonostante l’elemento tragico sempre presente, di afferrare l’esistenza in tutta la sua terribile pienezza… al massimo dell’intensità tragica”. Nella gioia cosmica e poetica leopardiana invece non vi è nulla di “terribile” o di “tragico”. Persino il naufragare “è dolce”. Poco fa ho riletto questi due splendidi versi di Maria Luisa Spaziani, grande poetessa alla quale sono infinitamente grato: “Se il mondo è senza senso / tua solo è la colpa”.

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      1. E Pasolini scriveva: ” In questo mondo colpevole che solo compra e disprezza/ il più colpevole sono io inaridito dall’amarezza”. Certo, sottoscrivo. Non avevo in effetti nessuna intenzione di usare espedienti retorici e il verbo annientare è lontano dalla mia indole, ti assicuro. Ho solo portato una mia esperienza personale in cui affermavo che affondando nello spleen , ritrovo a volte la possibilità di gioire di tutto. Rispetto la tua interpretazione della poetica leopardiana, ma in effetti non riesco a ritrovarci la gioia cosmica che dici tu. Da parte mia una parola che mi piace usare al proposito è “smarrimento”. Dolce, doloroso, chi lo sa.
        Comunque, se si tratta di attacco, è semplicemente un cercare di attaccare discorso con chi ha competenze e sensibilità affine alle mie e, partendo da posizioni diverse, intavolare una conversazione proficua. Grazie di questo, Paolo Ottaviani.

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  2. D’accordo, gentile e caro Paolo Gera: Lei non ha usato “espedienti retorici” né ha mai inteso “annientare” alcunché. Mi scuso se ho personalizzato. Ma il nichilismo al quale Lei dice di appartenere, mi creda, nelle sue quasi infinite versioni e accezioni, fa egregiamente entrambe le cose. L’annientamento del tutto, d’altronde, è il suo focus costitutivo. Fu lo stesso Leopardi ad esserne perfettamente consapevole e a mettere in guardia i suoi futuri lettori ed interpreti scrivendo, in epigrafe al suo ultimo capolavoro “La ginestra”, l’evangelico motto giovanneo: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. Sprofondare nello spleen infatti è assai più facile della inesausta fatica di scoprire e accogliere la luce. Mi stia bene.

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