“Una storia quasi solo d’amore” di Paolo Di Paolo (Feltrinelli, 2016), letto da Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

quasi-solo

Che Paolo Di Paolo non sia “narratore puro” ma acutissimo poeta della prosa, dotato di respiro saggistico e filosofico, lo si era capito fin dalle prime prove. La sua scrittura nitida, visiva, di precisione “chirurgica”, eredita – su basi classiche – i cristalli di Italo Calvino e soprattutto di Enzo Siciliano, ma li inzuppa nel magma vitalistico di altre letterature – con particolare inclinazione per gli americani, su tutti Fitzgerald, Carver, Salinger, Bellow e Philip Roth. Ha una tale intensità di concentrazione, nel trafiggere i dettagli rivelatori e nel costringere il lettore a specchiarsi dentro le parole, che i suoi libri potrebbero scavare una via alternativa e innovatrice, di equilibrio “alto”, all’interno del mainstream editoriale italiano, anche da importazione, stabilizzato ormai sui canoni consunti dell’intrattenimento. Ecco: a Di Paolo non preme “intrattenere” ma, anzitutto, pensare e far pensare. Con tutte quelle che ci sono in giro (fiction

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